Vanni Moretto

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Amadeus, agosto 2003

Hummel l'indipendente

di NICOLETTA SGUBEN

Vanni Moretto e Alessandro Commellato - A colloquio con i musicisti su un compositore che riuscì a sottrarsi ai canoni musicali più diffusi nella sua epoca.

L'ensemble Atalanta Fugiens - interprete dei due Quintetti di Hummel raccolti nel cd allegato a questo numero di Amadeus è stato fondato nel '96 da tre amici: il contrabbassista Vanni Moretto (dal '99 direttore del gruppo), il pianista Alessandro Commellato e la violoncellista Giuseppina Runza. Tutti e tre, come del resto il rimanente del complesso, già militanti in celebri ensemble internazionali e tutt'oggi attivi in collaborazioni con nomi che rappresentano il gotha della musica antica, fra gli altri Leonhardt, Bijlsma, Staier, Herreweghe, Antonini. Sorge spontanea la domanda che dà il via alla chiacchierata a tre voci coi maestri Moretto e Commellato.

Perché un ennesimo gruppo che fa musica con strumenti d'epoca?

«Per dedicarci ai sogni nel cassetto», svela Moretto, 36 anni, studi al Conservatorio milanese di pianoforte, contrabbasso, musica elettronica, composizione sperimentale e direzione d'orchestra. «Per lavorare a quei progetti che con gli altri complessi non si riuscivano a realizzare, a quegli incontri musicali "fulminanti" che metti momentaneamente da parte ripromettendoti di approfondire».

E uno degli incontri «fulminanti» è stato proprio con la musica di Hummel...

«Va detto che Vanni esplorava anche una letteratura che mettesse in risalto come "attore" il suo strumento, il contrabbasso», interviene Commellato, studi al Conservatorio milanese e una carriera avviata su un repertorio allargato che comprende l'uso del pianoforte e del fortepiano in autori che vanno da Mozart al contemporaneo Guarnieri. «E nelle varie ricerche è saltato fuori che il Settimino di Hummel, un pezzo celeberrimo nel corso del primo Romanticismo, era stato edito anche nella versione per quintetto con fortepiano e contrabbasso. Ed è proprio in questa versione che il brano era stato conosciuto dal ricco committente Paumgartner che commissionò a Schubert il famoso Quintetto "La Trota", chiedendogli esplicitamente di attenersi all'organico di Hummel e, come nel lavoro del detto maestro, di comporre delle variazioni su un'aria che sarebbe poi stata quella del famoso Lied Die Forelle».

Perciò uno dei capolavori di Schubert forse non sarebbe esistito senza questa versione per quintetto del Settimino di Hummel. Ma, mi domando: ha Hummel la forza musicale di affermare un proprio io, «stritolato» com'è fra l'epoca di Mozart e quella di Beethoven?

Commellato: «Il problema di Hummel è che non tutta la sua produzione è al livello dei due Quintetti presentati nel disco: ha scritto molto anche per compiacere i committenti, gli allievi, i gusti del momento, non a caso riuscì ad accumulare una vera fortuna in quanto musicista alla moda. La sua identità sta altrove: i suoi lavori migliori rivelano Hummel come allievo di Mozart che ne sviluppa l'arte in senso Biedermeier, aprendo le porte al pianismo di Chopin».

E Chopin tenne in grandissima considerazione Hummel.

Commellato: «Ai suoi allievi lo fece studiare addirittura più di Beethoven, perché valutò non tanto la purezza cristallina che molti critici dell'epoca gli riconoscevano, quanto la ricchezza del suo stile tastieristico: l'uso della polifonia, degli intrecci, delle diteggiature e il gusto dell'arabesco in un pianismo che si diceva "scivoloso alla Hummel", in quanto capace di fare coesistere con molta naturalezza più fenomeni contemporaneamente, anche quelli tecnicamente più ingrati».

Tutto ciò impressionò considerevolmente la fantasia dei Romantici.

Commellato: «Non pochi adottarono diverse sue soluzioni pianistiche. Lo stesso Schumann avrebbe voluto prendere lezioni da Hummel, ma non poté permetterselo perché il maestro era molto costoso. Stessa cosa dicasi di Liszt che dovette ripiegare su Czemy: senza però rinunciare di affidarsi al Settimino di Hummel per farsi conoscere nel corso delle sue prime tournée. E non dimentichiamo che Schubert dedicò a Hummel le sue ultime tre Sonate nella speranza che il maestro le potesse eseguire e divulgare».

Moretto: «Nell'ottica storica bidimensionale cui siamo stati abituati dagli esami in Conservatorio, l'impressione di Hummel che si ricava è purtroppo quella di un semplice traghettatore dal Classicismo al Romanticismo. In realtà, quella di Hummel è una ramificazione florida come quella beethoveniana e da questa molto indipendente: quando ci si accosta alla sua musica a volte si ha l'impressione di un qualcosa di esotico, di diverso rispetto ai canoni più diffusi dell'epoca: una sorta di Mozart modernissimo che fa musica di una difficoltà trascendentale, eppure bellissima, rivolta più agli esecutori che non alla platea degli ascoltatori».

Come si integrano gli archi col pianoforte?

Commellato: «È una piena e sapiente scrittura cameristica quella di Hummel. Non siamo di fronte a un pianoforte con accompagnamento di archi, benché la

tastiera la si possa anche considerare autonoma. Il bello di questi pezzi è proprio nello scambio continuo, tematico e di funzioni fra tutti gli strumenti. Uno dei risultati più affascinanti è nello Scherzo dell'op. 74, dove c'è una sonorità nuova, una rarefazione dei timbri che fa pensare a certi lavori di Berlioz, al Romeo e Giulietta. Sarebbe bello indagare cosa il maestro francese conoscesse di Hummel».

Una ricerca timbrica che si può apprezzare ancora di più attraverso l'impiego degli strumenti d'epoca. Lei, ad esempio, suona un fortepiano Graf d'inizio '800...

Commellato: «Lo suono con tutto quello che accompagna un pianista che lascia uno Steinway per affrontare un fortepiano d'epoca: è un salto che ti aiuta a fare musica ancora prima dell'attacco allo strumento. Mi spiego: il sistema di leve nell'attacco al tasto del pianoforte e la conseguente intensità muscolare a cui ti obbliga sul fortepiano non esistono. Occorre piuttosto una maggiore sensibilità del polpastrello in un orizzonte sonoro completamente diverso nel fraseggio e nella varietàtimbrica».

Ma questo non è in contraddizione con la pienezza del linguaggio di Hummel: la sua tecnica «scivolosa»?

Commellato: «Che sarebbe impossibile senza leggerezza. La sua tecnica "scivolosa" è nata su strumenti che permettevano una grandissima agilità, ma non era basata su un sistema di leve, bensì sull'aderenza delle dita alla tastiera, una tecnica che poi giustifica certi metronomi che sul pianoforte risultano insostenibili».

Moretto: «Il suono del fortepiano permette una maggiore integrazione con gli archi: quando mi capita di suonare questi Quintetti con gli strumenti moderni non si capisce perché Hummel abbia scritto certe dinamiche per gli archi per poi farle "mangiare" completamente dal pianoforte. Col fortepiano invece si chiarisce tutto: la tastiera ha una trasparenza tale da non compromettere la sonorità degli archi e da fame capire appieno il senso musicale».

Commellato: «Ne diviene un mondo sonoro composito che ti fa lavorare di più con la risonanza dei suoni, con ciò che rimane nell'aria. E ascoltando i grandi pianisti del passato (penso a Gieseking o a certo Cortot) secondo me si può intuire che prediligessero strumenti dotati di una leggerezza che teneva conto di ciò che il pianoforte era stato per buona parte dell'800».

Cosa vorreste che giungesse di più all'ascoltatore della vostra interpretazione?

Commellato: «L'esplosione Sturm und Drang di questa musica assecondata proprio dall'uso degli strumenti d'epoca».

Moretto: «Spero che giunga la peculiarità di Hummel così come l'abbiamo sentita noi. Non Fanti-Beethoven, non il pre-Chopin: semplicemente Hummel con tutta la sua indipendenza dai grandi che lo circondarono».